Vai al contenuto

Approfondimenti

Motobu Choyu e il pittore Shimada

Riportiamo la traduzione di un articolo dell’Okinawa Times dell’11 dicembre 2025, condiviso dal Maestro Oyakawa Hitoshi, che lo ha poi diffuso:

Il 10 (dicembre) è stata scoperta una fotografia che ritrae Motobu Choyu (1865-1928), undicesimo capo del Motobu Udunde Ryukyu kobujutsu e capo della famiglia Motobu Udundu della famiglia reale delle Ryukyu, insieme al giovane Shimada Kanpei (1898-1967), un pittore che ha formato molti artisti. Oltre alle arti marziali, Choyu era noto per aver apprezzato la danza delle Ryukyu, la musica classica come il sanshin e le canzoni delle Ryukyu, ma il suo rapporto con Shimada era sconosciuto fino ad ora.

I discendenti confermano le fotografie dell’era Taisho
Naoki Motobu (60), discendente della scuola e maestro della scuola Motobu, ha raccolto materiale sia in Giappone che all’estero nell’ambito della sua ricerca sulla storia della scuola. Ciò è stato confermato da una fotografia nella raccolta illustrata “Shimada Kanpei” (pubblicata nel 1994 dall’Associazione per la discussione sul Maestro Kanpei). La descrizione della fotografia nella raccolta recita: “Il nonno di Naoki, “Motobu Choki“.

Choki era il fratello minore di Choyu ed è noto per essere stato uno dei conoscitori del karate nel Giappone continentale.
Confrontando la foto con altre foto di Choki e con l’unico ritratto conosciuto di Choyu, un ritaglio della parte superiore del suo corpo, e intervistando le persone coinvolte, è stato confermato che la foto ritraeva Choyu.

Risorse preziose per riconsiderare la storia delle arti marziali
Una fotografia che si ritiene sia stata scattata sull’isola di Iejima intorno al 1919. (Da sinistra) Un giovane Shimada Kanpei, Motobu Choyu, e l’uomo sulla destra è sconosciuto.
Il nipote di Shimada, l’architetto Jun Shimada, ha dichiarato:

Mio padre è morto e il suo diario e altri documenti sono stati bruciati durante la guerra. Non ho idea di che tipo di rapporto avesse mio nonno con Motobu Choyu. Mio nonno studiò arte a Tokyo durante il culmine dell’era Taisho. Attraverso la sua arte, sperava nella ricostruzione postbellica di Okinawa. L’immagine cupa della battaglia di Okinawa è forte, ma quando guardo la foto con Choyu, posso vedere che la letteratura e l’arte erano saldamente radicate a Okinawa durante l’era Taisho, dopo l’annessione delle isole Ryukyu“.

Dopo la guerra, Shimada divenne insegnante d’arte al liceo e tra i suoi studenti figuravano Seisaku Inamine e Tsutomu Makishi. Partecipò alla fondazione della Federazione Artistica di Okinawa, fu invitato a esporre alla prima Mostra di Okinawa e ne fu l’organizzatore, promuovendo la crescita di molti artisti.
Naoki è entusiasta e afferma: “Questa è la prima volta che viene ritrovata una fotografia a figura intera di Choyu. Non era solo un affermato artista marziale, ma anche un uomo colto con una vasta gamma di contatti, tra cui quello con Tamaki Morishige, un maestro di danza Ryukyu. Questa sarà una risorsa preziosa per riconsiderare la cultura reale e la storia delle arti marziali del periodo Ryukyu“.

Si dice che Choyu non abbia mai dimenticato il suo orgoglio di membro della famiglia reale fino alla tarda età, rifiutandosi di tagliarsi i capelli e indossando invece l’acconciatura katakashira della dinastia, e indossando sempre una forcina d’oro come prova del suo status di aji. La tomba di Motobu Udun, dove è sepolto Choyu, è stata designata bene culturale (sito storico) dalla città di Ginowan ed è conservata come una reliquia che racconta la storia della famiglia Motobu e la cultura della famiglia reale delle Ryukyu fino ai giorni nostri.

La fotografia nella collezione li ritrae tutti e tre, con la didascalia “In una locanda sull’isola di Iejima” e “Intorno al 1919”, con Shimada, sulla sinistra, sui vent’anni, e Choyu, sulla cinquantina, al centro. Accanto a Shimada, si possono vedere una tela e del materiale per dipingere che sembrano essere un dipinto di Iejima Tacchu (Montagna del Castello).

Gli scopi del Karate ed il suo stato attuale

Il Karate non nacque per essere usato sui campi di battaglia o per difendersi da samurai armati di tutto punto, ma per dare una risposta efficace agli atti di violenza più comuni: dall’improvvisa aggressione di un malintenzionato fino al più banale litigio tra amici.

Per questo i Kata contengono più livelli sovrapposti di Bunkai (analisi applicativa) per ogni movimento che li compone e rappresentano diverse soluzioni marziali, dalla meno violenta alla più feroce. Tutto questo, però, sempre riferendosi ad un solo, singolo aggressore e non ad un nugolo di assalitori che ci circondano da più parti (stranamente senza saltarci addosso tutti insieme…), come si vede superficialmente fare nella quasi totalità delle palestre d’oggigiorno. In queste, purtroppo, domina un’assoluta ignoranza dei contenuti da parte degli istruttori che, di conseguenza, trasmettono ai loro allievi l’idea che i Kata siano inapplicabili nella realtà e, perciò, inutili. Il risultato è una frattura tra lo studio dei Kata e del Kumite, con i primi ormai studiati solo per i passaggi di grado o per le gare, mentre, a causa delle regole attraverso cui raggiungere la vittoria e comunque necessarie all’incolumità dei partecipanti, il secondo si è sempre più staccato dalla tecnica classica, modificandola e integrandola, se non sostituendola, con qualsiasi cosa fosse utile al successo nelle competizioni.

In questo modo il giovane Karateka diventa un atleta, per una sua breve vita agonistica, ma, purtroppo, raramente ritorna ad essere un Karateka per il resto della sua esistenza, che si spererebbe essere ben più lunga, poiché se gli si è fatto credere che lo scopo ultimo siano le gare, ben difficilmente lo si potrà recuperare alla ricerca dei veri contenuti dell’Arte.
Inoltre, si dovrebbe tener conto che la maggior parte dei praticanti non è affatto portata alla competizione o, in generale, all’atletismo e che così facendo li si convince di una loro presunta incapacità, allontanandoli, prima o poi, dal Karate, perché si riterranno inadatti ad un’arte marziale che invece è nata per essere adatta a chiunque, indipendentemente dall’età, dal fisico e dal sesso.

Bunkai di 1° livello
Bunkai di 3° livello

Per colmo, ma come logica conseguenza, oggi nelle palestre di Karate si pratica la difesa personale come se fosse un ulteriore aspetto della pratica, staccato da Kumite e Kata, chiamandolo Goshindo, naturalmente utilizzando tecniche “apposite”, senza neanche immaginare che tutto questo sia già contenuto nei Kata, meglio e a portata di mano…

Testo del Maestro Roberto Gonella – Hombu Dojo Kokuchokai

Karate: Un possibile metodo di studio

Per migliorare lo studio di tutti gli aspetti del nostro Karate, possiamo dividere la pratica in diversi stadi:

a) Osservazione
b) Analisi
c) Scoperta/Rivelazione
d) Interpretazione
e) Adattamento
f) Interiorizzazione

Allenamento al makiwara nel libro “Nanto Zatsuwa” (南島雑話 Note sulle Isole del Sud) di Nagoya Sagenta (circa 1850)

Quello che segue è un elenco di 20 punti, utili per riuscire a studiare al meglio un movimento, un’applicazione, un kihon, un kata, o altro.

  1. Eseguire lentamente, dividendo ciò che si fa in parti.
  2. Studiare come si sta usando la parte superiore del corpo.
  3. Isolare le braccia e le mani, per analizzarne meglio l’utilizzo.
  4. Rivolgere l’attenzione alla parte inferiore del corpo. Isolare le articolazioni dell’anca, le ginocchia, le caviglie, i piedi e le dita dei piedi.
  5. Fare lo stesso con i quadranti di destra e di sinistra (mani, gambe, spalle, petto ecc.).
  6. Concentrarsi e osservare la propria posizione: come ci si sente? Forti o deboli, comodi o a disagio, energici o insicuri?
  7. Isolare le grandi e piccole articolazioni, usandole liberamente nel contesto del movimento che si studia: si sta usando gamaku o la regione sopra il punto vita?
  8. Applicare dinamiche e concetti esecutivi (gamaku, muchimi, chinkuchi, atifa, shime, meotode) a ogni singola parte del corpo per migliorare tecniche e movimento.
  9. Ripetere la tecnica molte volte e quanto meglio possibile (cercando di migliorarla a ogni reiterazione). Prendere come campione la ripetizione che si ritiene “perfetta” e classificarla mentalmente come standard.
  10. Studiare i ritmi della propria respirazione durante l’esecuzione: segue lo standard di quel kata, è a tempo, si sta effettivamente espirando o trattenendo il respiro, si è silenziosi durante l’espirazione o si emettere un suono, eccetera?
  11. Si è rigidi? Tutto il corpo è rigido o alcune sue parti sono sciolte (“morbide”) mentre altre sono rigide (non “dure”, che è altro)? C’è bisogno di più tono muscolare e dove? Analizzare, annotare e correggere.
  12. Le articolazioni sono libere? Lo scheletro viene “tirato” o “spinto” mentre ci si sposta? Per lo più dovrebbe essere tirato, non spinto, dalle maggiori articolazioni, come quando si usa una catena, più che un martello.
  13. Si sta utilizzando il momento e l’inerzia nei movimenti? O solamente i muscoli per muovere il corpo e le sue parti? Cioè si è fluidi nell’eseguire, non meccanici.
  14. Si riesce a sfruttare, opportunamente, la gravità?
  15. Si applicano i principi universali delle arti marziali? “Massimo risultato con il minimo sforzo” può esserne un esempio.
  16. Si è consapevoli delle diverse metodologie utilizzate in un singolo movimento (cioè lanciare, colpire, inclinarsi, spostarsi, ruotare, vibrare, scuotere, ecc.)? A seconda dei casi, se ne possono usare solo alcune o tutte. Bisogna essere consapevoli di ognuna di esse, per evitare di mancarne una critica.
  17. La mente sta guidando il corpo, concentrandosi attivamente nell’esercizio?
  18. La mente guida il ki (o chi) verso l’obiettivo previsto? L’intenzione è in primo piano, rispetto alla forza, nelle parti del corpo che si stanno usando?
  19. Si sta andando oltre l’obiettivo al momento dell’impatto (immaginario o meno che sia)? Se non si ha una sensazione di “contatto” anche quando non si sta colpendo qualcosa, è impossibile eseguire pugni, bloccaggi e altro in modo realistico. L’addestramento al makiwara e al sacco aiuta a ottenere questa sensazione anche quando poi l’impatto è “immaginario”. In poche parole: per sapere cosa si prova a colpire le cose, è prima necessario provare a colpirle davvero!
  20. Infine, se manca la sensazione di padroneggiare il movimento, cioè se questo non risulta naturale al 100%, come respirare o camminare, allora significa che non lo si è ancora interiorizzato. Solo quando abbiamo totalmente assimilato qualcosa, siamo in grado di utilizzarlo istintivamente, quando serve. Altrimenti dobbiamo insistere, sempre seguendo questo metodo di apprendimento.

Testo del Maestro Roberto Gonella – Hombu Dojo Kokuchokai

Termini Fondamentali riferiti all’uso del corpo nel karate – Parte II

4) MŪCHĪMI (もちみ, 糯身): Il “mūchī” di Okinawa, pronunciato “mochi” in Giappone, è una pasta morbida per dolci, a base di riso glutinoso pestato, la cui caratteristica principale è di essere elastica e appiccicaticcia. Così, nel Karate, “mūchī” rappresenta il concetto di elasticità e flessibilità e “mūchīmi” quello di “restare incollati” o “appiccicati”.
Praticamente, il “mūchīmi-di” è l’equivalente okinawense delle “mani appiccicose” del Kung-fu, dove si sta rilassati, ma bene in “struttura”, cercando l’elasticità del corpo e restando in contatto costante con l’avversario, “sentendo” ogni sua intenzione di movimento. Poiché nel Karate di Okinawa si predilige una distanza medio-breve, adatta alla difesa personale, rimanere attaccati il più possibile all’avversario, potendone controllare o anticipare le mosse, dà ovviamente un grande vantaggio. Esiste un detto che recita: “al centro della difesa e dell’attacco di un maestro di Karate c’è il mūchīmi”.

5) SHIME Dal verbo “shimeru” (絞める, compattare, chiudere). Da non confondersi con “strangolamento”, nel Karate di Okinawa si usa questo termine, per indicare il test che verifica quanto un praticante si riesca a “compattare”, controllandone il tono muscolare, la struttura e la capacità di concentrazione e reazione. Inoltre, questo esercizio aiuta chi lo subisce a comprendere maggiormente le connessioni muscoloscheletriche utili a sviluppare gamaku e chinkuchi.

In pratica, è un esercizio sensoriale (Facilitazione Neuromuscolare Propriocettiva o PNF), più che un esercizio di rafforzamento fisico e mentale, e, come ogni esercizio propriocettivo, richiede un input specifico, che porti ad un output analizzabile, qui sia dall’esecutore che dal controllore.

Abitualmente, si applica il test mentre l’esaminato esegue un kata, di solito Sanchin e Tenshō, ma anche Seisan e Naihanchi. Il il tester gli porta colpi, spinte e trazioni (in alcune scuole si usano persino bastoni e altri arnesi). Gli effetti indotti informano entrambi di eventuali errori nell’allineamento scheletrico e nell’uso della muscolatura di supporto.

Miyagi Chojun – Sanchin Shime

Durante il test non è per nulla necessario l’uso eccessivo della forza, specie d’impatto, da parte del
controllore. Non si tratta di un esercizio di “condizionamento”, ma di un controllo strutturale.

6) MĪTUDĪ o “MEOTODE” (夫婦手): Si traduce letteralmente in “mani marito e moglie” ed è un principio di combattimento dove le mani lavorano in simultanea. Il termine si richiama idealmente ad una coppia marito/moglie che opera assieme con il comune obiettivo di portare avanti, migliorare e difendere la propria casa e la propria famiglia, utilizzando opportunamente e di concerto tutte le proprie energie e risorse.

Mītudī è un concetto basilare del Karate di Okinawa, fondato sul fatto che ogni “mano”, intesa come un qualunque atto eseguito con una qualunque parte del corpo, risulta poco efficiente se non è all’interno di un insieme coordinato di azioni, sia contemporanee che in sequenza (ricordiamo che, in uchināguchi, “dī” non significa solo mano, ma si riferisce alla tecnica in generale).

Spesso, lo si confonde con la cosiddetta “morote uke” o altre “parate con entrambe le mani”, oppure con un atteggiamento di guardia (kamae), perdendo il significato di cooperazione e complementarità, che risulta prezioso anche per la ricerca del significato reale dei gesti di un kata (bunkai). Celebre è la foto dove Motobu Chōki è descritto essere “in kamae”, mentre invece illustra proprio questo concetto.

In ultimo, va sottolineato che il significato più profondo di mītudī è collegato all’abilità di adattarsi e rispondere rapidamente alla mutevolezza di un combattimento, perché il mītudī non è affatto limitato a una forma fissa.

7) KIME (決め): forma nominale del verbo “kimeru” (決める), nel Karate, specie nipponico, è usato con il significato di “decisione”, “risolutezza”, “l’andare fino in fondo”. Spesso è descritto come la tensione istantanea nell’attimo conclusivo di una tecnica, il “concentrarsi su un singolo punto”. Viene anche associato al concetto di “mushin” (non-mente, mente vuota) come condizione iniziale. Il Karate moderno/sportivo applica il kime fermando istantaneamente la tecnica e, basandosi sulla biomeccanica, lo spiega come una contrazione neuromuscolare isometrica estremamente breve. Talvolta si confonde il kime con il chinkuchi, ma si potrebbe dire che il kime può essere, al massimo, solo una parte del chinkuchi.

8) KOSHI (腰): È una parola utilizzata, soprattutto nel Karate giapponese, per indicare i muscoli attorno a fianchi, anche, schiena, addome e bacino, che collegano la parte superiore e inferiore del corpo. Anche se sembra rispecchiare il gamaku okinawense, quest’ultimo implica l’attivazione di contrazioni e rilassamenti equilibrati e interconnessi (un’azione definibile “profonda”, o “interna”), più della semplice designazione fisiologica che invece caratterizza “koshi” (che porta ad un movimento “superficiale”, o “esterno”).

9) A UN (陰陽): È il termine uchināguchi per “yin yang”, in cinese, e “in yō”, in giapponese. Molti elementi del taoismo, del confucianesimo e del buddismo sono stati adottati nella cultura originale delle Ryūkyū. In particolare, il concetto taoista di “yin yang”, come equilibrio tra forze opposte ma complementari che si alternano in continuazione, è diventato anche un principio tecnico del Tōde, alla base del movimento del corpo e della respirazione.
Da notare che i suoni di queste due parole hanno effetti pratici utilizzabili negli esercizi: ”A” fa contrarre i muscoli addominali, come in espirazione; ”UN” produce il rilassamento degli stessi, come nell’inalazione.

Ricordiamo due concetti alla base di yin-yang/a-un:

  1. Lo yin e lo yang sono opposti: qualunque cosa ha un suo contrario, però non assoluto, semmai in termini comparativi. Nessuna cosa può essere completamente yin o completamente yang: essa contiene sempre il seme del proprio opposto.
  2. Lo yin e lo yang si generano uno dall’altro: sono interdipendenti, hanno origine reciproca e l’uno non può esistere senza l’altro.

Di sicuro, cercare dove e come sono utilizzati yin-yang/a-un nei kata e nelle loro applicazioni è uno dei metodi per far fare un grande “salto di qualità” al proprio studio del Karate.

Termini Fondamentali riferiti all’uso del corpo nel karate – Parte I

Esistono termini poco conosciuti (e spesso mal interpretati) che nel Karate, soprattutto quello di Okinawa, descrivono l’uso del corpo in collegamento alla gestione di energia, forza e potenza.

1) GAMAKU (がまく): In parole semplici, nel Karate, è quell’insieme di muscoli che permette il trasferimento di energia dagli arti inferiori e dalle anche agli arti superiori e viceversa (ma non solo questo). Talvolta chiamato “centro”, gamaku corrisponde al kua (胯) delle arti cinesi. A riguardo i classici dei Tai Chi Chuan recitano:

L’energia è radicata nei piedi, si trasferisce attraverso le gambe, è diretta al torso e appare nelle mani e nelle dita.

Se raffiguriamo il corpo umano con due triangoli, uno inferiore (costituito dalle gambe) e uno superiore (torso, spalle e braccia), questi si incontrano al centro del corpo, e la loro connessione avviene per mezzo della colonna vertebrale, mentre il “centro” tiene unite le parti, ne consente la stabilità e permette di trasferire la potenza dai muscoli delle gambe alla parte superiore del corpo e alle braccia, tanto che spesso nei dojo si dice di “usare il centro” o “metterci gamaku” per eseguire efficacemente le tecniche.

Entrando più nei particolari, tra i muscoli principali che compongono gamaku ci sono tutti quelli della fascia addominale: trasverso addominale, retto addominale, addominali obliqui interni ed esterni, multifido, erettori spinali, diaframma. Con un ruolo minore ci sarebbero anche lombari, rotatori profondi, muscoli cervicali, retto anteriore e laterale della testa.
Anche se così sembra rispecchiare il termine giapponese “koshi” ( vita, fianchi, lombi, lombare ), a differenza di questo gamaku è ben più di una semplice designazione fisiologica, perché implica l’attivazione di contrazioni e rilassamenti equilibrati e interconnessi. È per questo che utilizzando gamaku, anche con movimenti minimi, si è in grado di generare una grande energia e questo atto è detto “chinkuchi”, col quale si ottiene la massima potenza possibile, ma con il minimo sforzo. Oltre ad essere utile nella generazione di energia, gamaku è indispensabile per l’equilibrio e per il concetto di centro di gravità del corpo umano.

2) CHINKUCHI (チンクチ): Termine in uchināguchi (la lingua di Okinawa), dove チン = muscolo/tendine, ク = osso, チ = energia (chi, come energia o soffio vitale 氣).
Chinkuchi si riferisce ad una scarica di potenza esplosiva, equivalente, nelle arti cinesi, al “fajin” (發勁, lanciare l’energia). Un classico esempio di fajin/chinkuchi è il celebre “pugno da un pollice” di Bruce Lee, che trova somiglianza con il giapponese “issun (一寸) ryoku (力)”, dove issun indica la distanza di un “sun” (3,03 cm), ma anche una breve frazione di tempo, e ryoku “forza, potenza”. Chinkuchi, del resto, permette di generare una grande potenza anche con un percorso della tecnica brevissimo. Per ottenere il chinkuchi, si devono coordinare perfettamente in un singolo istante tutti i muscoli, i tendini e i legamenti che compongono gamaku, più la respirazione e le intenzioni mentali. Un perfetto esempio di chinkuchi si ha quando si lancia un fortissimo, incontrollabile starnuto. Per esempio: tirando un colpo di pugno, il movimento parte da uno stato fisico rilassato, appoggiandosi al “centro”. È da lì, non dalla spalla, che il pugno è lanciato verso, o meglio oltre, il bersaglio con un’accelerazione costante, coordinando tutto il corpo e sfruttando le articolazioni per indirizzarlo correttamente. Subito dopo l’impatto si ritrae la mano tornando a uno stato rilassato, un po’ come quando si usa una frusta facendola schioccare.

Higaonna Morio, 10° dan Karate Goju-ryu, ha dato una precisa definizione di chinkuchi:

Chinkuchi descrive la tensione o la stabilità delle articolazioni del corpo per una solida posizione,
un colpo potente, un forte bloccaggio. Ad esempio, quando si colpisce, le articolazioni del corpo
vengono bloccate per un istante e la concentrazione è focalizzata sul punto di contatto. La
posizione viene resa salda bloccando le articolazioni della parte inferiore del corpo (caviglie,
ginocchia, anche) e facendo presa sul pavimento con i piedi (radicamento). Così un rapido
movimento libero e sciolto (morbido), improvvisamente bloccato per un istante (duro), trasferisce
(o assorbe) tutta la potenza. Nell’istante immediatamente seguente la tensione viene rilasciata, e
si è pronti al movimento successivo.

Qui Higaonna descrive soprattutto il momento del contatto con il bersaglio, ma chinkuchi
comprende anche una parte iniziale statica, il lancio e come viaggia la tecnica.

Ricapitolando, si può dire che si parte da un atteggiamento fisico rilassato, dal quale si “lancia” la tecnica, con un movimento costantemente accelerato, come si fa quando si tira una “frustata”, coordinando tutto il corpo. All’impatto si bloccano per un attimo tutte le articolazioni e, immediatamente, si torna allo stato rilassato iniziale.
In altri termini, si può parlare di un allineamento strutturale che culmina in una chiusura della catena cinetica associata ad un radicamento a terra, il tutto compreso in un ciclo strutturale morbido/duro/morbido.

3) ATIFA (衝撃波): letteralmente “Onda d’urto”. È generata da un’istantanea tensione muscolare al momento dell’impatto tra la tecnica (ovvero la parte del corpo utilizzata per portare un colpo) e il bersaglio, che permette di trasferirvi interamente l’energia.

Descrive la fase di contatto con il bersaglio all’interno dell’esecuzione di chinkuchi, chiamata anche “chiusura” della tecnica. Praticamente, atifa è il prodotto finale che deriva dall’utilizzo di chinkuchi, che, a sua volta, è fisicamente basato su gamaku.

Nakazato Jōen sui kanji e sul concetto di “kata” del Karate d’Okinawa

Inizialmente pubblicato su Ryūkyū Shinpō, 8 novembre 1995:

Nakazato Jōen: “Kata 型 o Kata 形?
Considerazioni sul concetto di Karate d’Okinawa

Recentemente, nell’ambito del grande sviluppo globale del Karate, ha destato notevole attenzione l’adozione di una scorretta interpretazione scritta relativa al termine “Kata” usato nel Karate ed è impossibile non commentarlo.
Negli articoli relativi alle gare di Karate tenuti al National Athletic Meet, è stato utilizzato il carattere “Kata 形”. Recentemente, sui giornali è anche stato reso pubblico che lo Zen Nihon Karate-do Renmei ha scartato l’uso del carattere “Kata 型” e che, d’ora in poi, utilizzerà il carattere “Kata 形” come forma standardizzata di scrittura.

A questo proposito è necessario illustrare l’idea generale del Karate d’Okinawa.
Ad Okinawa, per lungo tempo, si è sempre parlato di “Kata 型” del Karate. Negli ultimi anni, per il Nihon Kendō Kata ed il Nihon Jūdō Kata, ci si è interrogati sull’accuratezza della scrittura “Kata 型” oppure “Kata 形” e sono state scambiate molte opinioni circa i pro e i contro. Da questo dibattito si è dedotto che non si deve saltare ciecamente alle conclusioni o agire sulla falsariga di “ordini del mattino revocati la sera”. Piuttosto, si doveva dar luogo ad una discussione pubblica ed approfondita.

Per altro, il Kōjien e il Kokugo Jiten (dizionari monolingue giapponesi) affermano:
a) Kata 型:

  • Qualcosa (oggetto, cosa, ecc.), da cui si estrae una “forma 形”.
  • Una prestabilita procedura in base a costumi, tradizioni o pratiche popolari (una forma tradizionale secondo un’antica usanza).
  • Una forma standardizzata (metodo) nel Budō, nello Spettacolo, nello Sport, ecc.

b) kata 形:

  • Una condizione fisica esterna (omote) o l’apparenza di una struttura esterna.
  • La forma esterna, al contrario della sua sostanza e della sua funzione.
  • Completare, preparare, sviluppare, inventare una forma esterna.

Il mio personale punto di vista su questo argomento è il seguente: I singoli “moduli”, come Jōdan-zuki e Gedan-barai, si collegano al concetto di “Kata 形”, mentre, all’opposto, Kūsankū no Kata, Sēsan no Kata, ecc. collimano con quello di “Kata 型”. In altre parole, il Nihon Kendō Kata ed il Nihon Jūdō Kata sono collezioni di bunkai di singole tecniche, e non forme ininterrotte di tecniche collegate. Perciò, nel loro caso, la definizione di “Kata 形” è appropriata. Per il Karate, tuttavia, quando, ad esempio, si parla di Sēsan no Kata, si tratta di una forma in cui sono raccordate più serie di attacchi e difese.

Di conseguenza, qui sembra essere più calzante la denominazione di “Kata 型”. In altre parole, se si fa riferimento a qualcosa di complesso o integrato questo è un “Kata 型”, mentre invece, nel caso di singole tecniche, si ha un “Kata 形”.

Un esempio simile, utilizzabile come un precedente, si trae dal secondo paragrafo delle regole di gara dell’Okinawa Karate Kobudō Sekai Taikai, il quale tratta delle norme sugli abbigliamenti di arbitri e atleti. Quando queste si riferiscono a tutta la struttura, sono chiamate Kitei 規程. Quando indicano le singole clausole o articoli, sono chiamate Kitei 規定.
Entrambe le parole composte designano una norma/regolamento, ma la prima implica il significato più vasto di regolamento o di ordinanza, mentre la seconda si riferisce ad una semplice clausola/articolo che è parte del precedente. In altre parole: sulla base di un Kitei 規程 (regola come termine generico), sono determinati diversi Kitei 規定 (regole individuali).
In altre parole, “Kata 型” e “Kitei 規程” costituiscono le basi dalle quali sono creati tutti i tipi di “Kata 形” e “Kitei 規定”.

Questo concetto di contenuto semantico generale dev’essere ben compreso. Per di più, il significato stesso giapponese della parola Kata 型 indica l’idea corretta. In relazione al crescente entusiasmo tra il pubblico per la designazione del Karate come bene culturale, tenendo presente quanto scritto, è facile capire che l’antico carattere di “Kata 型” non deve essere cambiato in “Kata 形”. Nel Karate di Okinawa tradizionale, la parola “Kata 型” contiene il vero senso del tema. Questo non deve essere dimenticato.

Nakazato Jōen (Presidente della Zen Okinawa Shōrinji-ryū Kyōkai)