4) MŪCHĪMI (もちみ, 糯身): Il “mūchī” di Okinawa, pronunciato “mochi” in Giappone, è una pasta morbida per dolci, a base di riso glutinoso pestato, la cui caratteristica principale è di essere elastica e appiccicaticcia. Così, nel Karate, “mūchī” rappresenta il concetto di elasticità e flessibilità e “mūchīmi” quello di “restare incollati” o “appiccicati”.
Praticamente, il “mūchīmi-di” è l’equivalente okinawense delle “mani appiccicose” del Kung-fu, dove si sta rilassati, ma bene in “struttura”, cercando l’elasticità del corpo e restando in contatto costante con l’avversario, “sentendo” ogni sua intenzione di movimento. Poiché nel Karate di Okinawa si predilige una distanza medio-breve, adatta alla difesa personale, rimanere attaccati il più possibile all’avversario, potendone controllare o anticipare le mosse, dà ovviamente un grande vantaggio. Esiste un detto che recita: “al centro della difesa e dell’attacco di un maestro di Karate c’è il mūchīmi”.
5) SHIME Dal verbo “shimeru” (絞める, compattare, chiudere). Da non confondersi con “strangolamento”, nel Karate di Okinawa si usa questo termine, per indicare il test che verifica quanto un praticante si riesca a “compattare”, controllandone il tono muscolare, la struttura e la capacità di concentrazione e reazione. Inoltre, questo esercizio aiuta chi lo subisce a comprendere maggiormente le connessioni muscoloscheletriche utili a sviluppare gamaku e chinkuchi.
In pratica, è un esercizio sensoriale (Facilitazione Neuromuscolare Propriocettiva o PNF), più che un esercizio di rafforzamento fisico e mentale, e, come ogni esercizio propriocettivo, richiede un input specifico, che porti ad un output analizzabile, qui sia dall’esecutore che dal controllore.
Abitualmente, si applica il test mentre l’esaminato esegue un kata, di solito Sanchin e Tenshō, ma anche Seisan e Naihanchi. Il il tester gli porta colpi, spinte e trazioni (in alcune scuole si usano persino bastoni e altri arnesi). Gli effetti indotti informano entrambi di eventuali errori nell’allineamento scheletrico e nell’uso della muscolatura di supporto.

Durante il test non è per nulla necessario l’uso eccessivo della forza, specie d’impatto, da parte del
controllore. Non si tratta di un esercizio di “condizionamento”, ma di un controllo strutturale.
6) MĪTUDĪ o “MEOTODE” (夫婦手): Si traduce letteralmente in “mani marito e moglie” ed è un principio di combattimento dove le mani lavorano in simultanea. Il termine si richiama idealmente ad una coppia marito/moglie che opera assieme con il comune obiettivo di portare avanti, migliorare e difendere la propria casa e la propria famiglia, utilizzando opportunamente e di concerto tutte le proprie energie e risorse.
Mītudī è un concetto basilare del Karate di Okinawa, fondato sul fatto che ogni “mano”, intesa come un qualunque atto eseguito con una qualunque parte del corpo, risulta poco efficiente se non è all’interno di un insieme coordinato di azioni, sia contemporanee che in sequenza (ricordiamo che, in uchināguchi, “dī” non significa solo mano, ma si riferisce alla tecnica in generale).
Spesso, lo si confonde con la cosiddetta “morote uke” o altre “parate con entrambe le mani”, oppure con un atteggiamento di guardia (kamae), perdendo il significato di cooperazione e complementarità, che risulta prezioso anche per la ricerca del significato reale dei gesti di un kata (bunkai). Celebre è la foto dove Motobu Chōki è descritto essere “in kamae”, mentre invece illustra proprio questo concetto.
In ultimo, va sottolineato che il significato più profondo di mītudī è collegato all’abilità di adattarsi e rispondere rapidamente alla mutevolezza di un combattimento, perché il mītudī non è affatto limitato a una forma fissa.
7) KIME (決め): forma nominale del verbo “kimeru” (決める), nel Karate, specie nipponico, è usato con il significato di “decisione”, “risolutezza”, “l’andare fino in fondo”. Spesso è descritto come la tensione istantanea nell’attimo conclusivo di una tecnica, il “concentrarsi su un singolo punto”. Viene anche associato al concetto di “mushin” (non-mente, mente vuota) come condizione iniziale. Il Karate moderno/sportivo applica il kime fermando istantaneamente la tecnica e, basandosi sulla biomeccanica, lo spiega come una contrazione neuromuscolare isometrica estremamente breve. Talvolta si confonde il kime con il chinkuchi, ma si potrebbe dire che il kime può essere, al massimo, solo una parte del chinkuchi.
8) KOSHI (腰): È una parola utilizzata, soprattutto nel Karate giapponese, per indicare i muscoli attorno a fianchi, anche, schiena, addome e bacino, che collegano la parte superiore e inferiore del corpo. Anche se sembra rispecchiare il gamaku okinawense, quest’ultimo implica l’attivazione di contrazioni e rilassamenti equilibrati e interconnessi (un’azione definibile “profonda”, o “interna”), più della semplice designazione fisiologica che invece caratterizza “koshi” (che porta ad un movimento “superficiale”, o “esterno”).
9) A UN (陰陽): È il termine uchināguchi per “yin yang”, in cinese, e “in yō”, in giapponese. Molti elementi del taoismo, del confucianesimo e del buddismo sono stati adottati nella cultura originale delle Ryūkyū. In particolare, il concetto taoista di “yin yang”, come equilibrio tra forze opposte ma complementari che si alternano in continuazione, è diventato anche un principio tecnico del Tōde, alla base del movimento del corpo e della respirazione.
Da notare che i suoni di queste due parole hanno effetti pratici utilizzabili negli esercizi: ”A” fa contrarre i muscoli addominali, come in espirazione; ”UN” produce il rilassamento degli stessi, come nell’inalazione.
Ricordiamo due concetti alla base di yin-yang/a-un:
- Lo yin e lo yang sono opposti: qualunque cosa ha un suo contrario, però non assoluto, semmai in termini comparativi. Nessuna cosa può essere completamente yin o completamente yang: essa contiene sempre il seme del proprio opposto.
- Lo yin e lo yang si generano uno dall’altro: sono interdipendenti, hanno origine reciproca e l’uno non può esistere senza l’altro.
Di sicuro, cercare dove e come sono utilizzati yin-yang/a-un nei kata e nelle loro applicazioni è uno dei metodi per far fare un grande “salto di qualità” al proprio studio del Karate.

