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Karate: Un possibile metodo di studio

Per migliorare lo studio di tutti gli aspetti del nostro Karate, possiamo dividere la pratica in diversi stadi:

a) Osservazione
b) Analisi
c) Scoperta/Rivelazione
d) Interpretazione
e) Adattamento
f) Interiorizzazione

Allenamento al makiwara nel libro “Nanto Zatsuwa” (南島雑話 Note sulle Isole del Sud) di Nagoya Sagenta (circa 1850)

Quello che segue è un elenco di 20 punti, utili per riuscire a studiare al meglio un movimento, un’applicazione, un kihon, un kata, o altro.

  1. Eseguire lentamente, dividendo ciò che si fa in parti.
  2. Studiare come si sta usando la parte superiore del corpo.
  3. Isolare le braccia e le mani, per analizzarne meglio l’utilizzo.
  4. Rivolgere l’attenzione alla parte inferiore del corpo. Isolare le articolazioni dell’anca, le ginocchia, le caviglie, i piedi e le dita dei piedi.
  5. Fare lo stesso con i quadranti di destra e di sinistra (mani, gambe, spalle, petto ecc.).
  6. Concentrarsi e osservare la propria posizione: come ci si sente? Forti o deboli, comodi o a disagio, energici o insicuri?
  7. Isolare le grandi e piccole articolazioni, usandole liberamente nel contesto del movimento che si studia: si sta usando gamaku o la regione sopra il punto vita?
  8. Applicare dinamiche e concetti esecutivi (gamaku, muchimi, chinkuchi, atifa, shime, meotode) a ogni singola parte del corpo per migliorare tecniche e movimento.
  9. Ripetere la tecnica molte volte e quanto meglio possibile (cercando di migliorarla a ogni reiterazione). Prendere come campione la ripetizione che si ritiene “perfetta” e classificarla mentalmente come standard.
  10. Studiare i ritmi della propria respirazione durante l’esecuzione: segue lo standard di quel kata, è a tempo, si sta effettivamente espirando o trattenendo il respiro, si è silenziosi durante l’espirazione o si emettere un suono, eccetera?
  11. Si è rigidi? Tutto il corpo è rigido o alcune sue parti sono sciolte (“morbide”) mentre altre sono rigide (non “dure”, che è altro)? C’è bisogno di più tono muscolare e dove? Analizzare, annotare e correggere.
  12. Le articolazioni sono libere? Lo scheletro viene “tirato” o “spinto” mentre ci si sposta? Per lo più dovrebbe essere tirato, non spinto, dalle maggiori articolazioni, come quando si usa una catena, più che un martello.
  13. Si sta utilizzando il momento e l’inerzia nei movimenti? O solamente i muscoli per muovere il corpo e le sue parti? Cioè si è fluidi nell’eseguire, non meccanici.
  14. Si riesce a sfruttare, opportunamente, la gravità?
  15. Si applicano i principi universali delle arti marziali? “Massimo risultato con il minimo sforzo” può esserne un esempio.
  16. Si è consapevoli delle diverse metodologie utilizzate in un singolo movimento (cioè lanciare, colpire, inclinarsi, spostarsi, ruotare, vibrare, scuotere, ecc.)? A seconda dei casi, se ne possono usare solo alcune o tutte. Bisogna essere consapevoli di ognuna di esse, per evitare di mancarne una critica.
  17. La mente sta guidando il corpo, concentrandosi attivamente nell’esercizio?
  18. La mente guida il ki (o chi) verso l’obiettivo previsto? L’intenzione è in primo piano, rispetto alla forza, nelle parti del corpo che si stanno usando?
  19. Si sta andando oltre l’obiettivo al momento dell’impatto (immaginario o meno che sia)? Se non si ha una sensazione di “contatto” anche quando non si sta colpendo qualcosa, è impossibile eseguire pugni, bloccaggi e altro in modo realistico. L’addestramento al makiwara e al sacco aiuta a ottenere questa sensazione anche quando poi l’impatto è “immaginario”. In poche parole: per sapere cosa si prova a colpire le cose, è prima necessario provare a colpirle davvero!
  20. Infine, se manca la sensazione di padroneggiare il movimento, cioè se questo non risulta naturale al 100%, come respirare o camminare, allora significa che non lo si è ancora interiorizzato. Solo quando abbiamo totalmente assimilato qualcosa, siamo in grado di utilizzarlo istintivamente, quando serve. Altrimenti dobbiamo insistere, sempre seguendo questo metodo di apprendimento.

Testo del Maestro Roberto Gonella – Hombu Dojo Kokuchokai