Per migliorare lo studio di tutti gli aspetti del nostro Karate, possiamo dividere la pratica in diversi stadi:
a) Osservazione
b) Analisi
c) Scoperta/Rivelazione
d) Interpretazione
e) Adattamento
f) Interiorizzazione

Quello che segue è un elenco di 20 punti, utili per riuscire a studiare al meglio un movimento, un’applicazione, un kihon, un kata, o altro.
- Eseguire lentamente, dividendo ciò che si fa in parti.
- Studiare come si sta usando la parte superiore del corpo.
- Isolare le braccia e le mani, per analizzarne meglio l’utilizzo.
- Rivolgere l’attenzione alla parte inferiore del corpo. Isolare le articolazioni dell’anca, le ginocchia, le caviglie, i piedi e le dita dei piedi.
- Fare lo stesso con i quadranti di destra e di sinistra (mani, gambe, spalle, petto ecc.).
- Concentrarsi e osservare la propria posizione: come ci si sente? Forti o deboli, comodi o a disagio, energici o insicuri?
- Isolare le grandi e piccole articolazioni, usandole liberamente nel contesto del movimento che si studia: si sta usando gamaku o la regione sopra il punto vita?
- Applicare dinamiche e concetti esecutivi (gamaku, muchimi, chinkuchi, atifa, shime, meotode) a ogni singola parte del corpo per migliorare tecniche e movimento.
- Ripetere la tecnica molte volte e quanto meglio possibile (cercando di migliorarla a ogni reiterazione). Prendere come campione la ripetizione che si ritiene “perfetta” e classificarla mentalmente come standard.
- Studiare i ritmi della propria respirazione durante l’esecuzione: segue lo standard di quel kata, è a tempo, si sta effettivamente espirando o trattenendo il respiro, si è silenziosi durante l’espirazione o si emettere un suono, eccetera?
- Si è rigidi? Tutto il corpo è rigido o alcune sue parti sono sciolte (“morbide”) mentre altre sono rigide (non “dure”, che è altro)? C’è bisogno di più tono muscolare e dove? Analizzare, annotare e correggere.
- Le articolazioni sono libere? Lo scheletro viene “tirato” o “spinto” mentre ci si sposta? Per lo più dovrebbe essere tirato, non spinto, dalle maggiori articolazioni, come quando si usa una catena, più che un martello.
- Si sta utilizzando il momento e l’inerzia nei movimenti? O solamente i muscoli per muovere il corpo e le sue parti? Cioè si è fluidi nell’eseguire, non meccanici.
- Si riesce a sfruttare, opportunamente, la gravità?
- Si applicano i principi universali delle arti marziali? “Massimo risultato con il minimo sforzo” può esserne un esempio.
- Si è consapevoli delle diverse metodologie utilizzate in un singolo movimento (cioè lanciare, colpire, inclinarsi, spostarsi, ruotare, vibrare, scuotere, ecc.)? A seconda dei casi, se ne possono usare solo alcune o tutte. Bisogna essere consapevoli di ognuna di esse, per evitare di mancarne una critica.
- La mente sta guidando il corpo, concentrandosi attivamente nell’esercizio?
- La mente guida il ki (o chi) verso l’obiettivo previsto? L’intenzione è in primo piano, rispetto alla forza, nelle parti del corpo che si stanno usando?
- Si sta andando oltre l’obiettivo al momento dell’impatto (immaginario o meno che sia)? Se non si ha una sensazione di “contatto” anche quando non si sta colpendo qualcosa, è impossibile eseguire pugni, bloccaggi e altro in modo realistico. L’addestramento al makiwara e al sacco aiuta a ottenere questa sensazione anche quando poi l’impatto è “immaginario”. In poche parole: per sapere cosa si prova a colpire le cose, è prima necessario provare a colpirle davvero!
- Infine, se manca la sensazione di padroneggiare il movimento, cioè se questo non risulta naturale al 100%, come respirare o camminare, allora significa che non lo si è ancora interiorizzato. Solo quando abbiamo totalmente assimilato qualcosa, siamo in grado di utilizzarlo istintivamente, quando serve. Altrimenti dobbiamo insistere, sempre seguendo questo metodo di apprendimento.
Testo del Maestro Roberto Gonella – Hombu Dojo Kokuchokai
