Il Karate non nacque per essere usato sui campi di battaglia o per difendersi da samurai armati di tutto punto, ma per dare una risposta efficace agli atti di violenza più comuni: dall’improvvisa aggressione di un malintenzionato fino al più banale litigio tra amici.
Per questo i Kata contengono più livelli sovrapposti di Bunkai (analisi applicativa) per ogni movimento che li compone e rappresentano diverse soluzioni marziali, dalla meno violenta alla più feroce. Tutto questo, però, sempre riferendosi ad un solo, singolo aggressore e non ad un nugolo di assalitori che ci circondano da più parti (stranamente senza saltarci addosso tutti insieme…), come si vede superficialmente fare nella quasi totalità delle palestre d’oggigiorno. In queste, purtroppo, domina un’assoluta ignoranza dei contenuti da parte degli istruttori che, di conseguenza, trasmettono ai loro allievi l’idea che i Kata siano inapplicabili nella realtà e, perciò, inutili. Il risultato è una frattura tra lo studio dei Kata e del Kumite, con i primi ormai studiati solo per i passaggi di grado o per le gare, mentre, a causa delle regole attraverso cui raggiungere la vittoria e comunque necessarie all’incolumità dei partecipanti, il secondo si è sempre più staccato dalla tecnica classica, modificandola e integrandola, se non sostituendola, con qualsiasi cosa fosse utile al successo nelle competizioni.
In questo modo il giovane Karateka diventa un atleta, per una sua breve vita agonistica, ma, purtroppo, raramente ritorna ad essere un Karateka per il resto della sua esistenza, che si spererebbe essere ben più lunga, poiché se gli si è fatto credere che lo scopo ultimo siano le gare, ben difficilmente lo si potrà recuperare alla ricerca dei veri contenuti dell’Arte.
Inoltre, si dovrebbe tener conto che la maggior parte dei praticanti non è affatto portata alla competizione o, in generale, all’atletismo e che così facendo li si convince di una loro presunta incapacità, allontanandoli, prima o poi, dal Karate, perché si riterranno inadatti ad un’arte marziale che invece è nata per essere adatta a chiunque, indipendentemente dall’età, dal fisico e dal sesso.


Per colmo, ma come logica conseguenza, oggi nelle palestre di Karate si pratica la difesa personale come se fosse un ulteriore aspetto della pratica, staccato da Kumite e Kata, chiamandolo Goshindo, naturalmente utilizzando tecniche “apposite”, senza neanche immaginare che tutto questo sia già contenuto nei Kata, meglio e a portata di mano…
Testo del Maestro Roberto Gonella – Hombu Dojo Kokuchokai
